Un nuovo report mette nero su bianco una cruda realtà che migliaia di single e famiglie locali vivono ogni mese sulla propria pelle: un mercato degli affitti privati diventato inaccessibile per la maggior parte degli inquilini, costretti a destinare una quota sempre più ampia del proprio reddito alla casa, ben oltre i limiti considerati “sostenibili”. L’aumento dei canoni ha infatti superato di gran lunga la crescita dei salari e degli adeguamenti del costo della vita, lasciando la stragrande maggioranza dei locatari in una condizione di «grave difficoltà di accessibilità economica».
Il quadro emerge da “Un’analisi dell’accessibilità economica nel mercato degli affitti privati a Malta”, lo studio recentemente pubblicato dal sindacato degli inquilini Solidarjetà e firmato dall’economista Calvin Vella. Un’analisi ampia e dettagliata che esamina l’intreccio tra affitti, redditi e sussidi, valutando l’impatto su diverse tipologie familiari e nelle varie regioni dell’arcipelago.
Affitti fuori portata per le tasche di quasi tutti
Lo studio prende in esame single, genitori soli, coppie con e senza figli, incrociando i canoni medi – calcolati attraverso il rent calculator dell’Housing Authority – con i redditi netti disponibili, dal salario minimo fino a stipendi lordi compresi tra i 35mila e i 40mila euro annui. Il criterio di riferimento è quello adottato anche dal Private Rent Benefit Scheme: la spesa per l’alloggio non dovrebbe superare il 25% del reddito netto.
I risultati sono impietosi. Su 38 scenari analizzati, solo tre consentono agli inquilini di permettersi un affitto medio, e solo grazie all’accesso ai sussidi. In tutti gli altri casi, anche famiglie con redditi medio-alti faticano a rientrare nei parametri di sostenibilità, persino nelle località considerate più economiche. In molti casi l’affitto assorbe oltre il 40% del reddito disponibile, collocando queste famiglie nella categoria degli “overburdened” (sovraccarico, ndr) secondo gli standard Eurostat.
Un single – per citare un altro esempio riportato nello studio – che percepisce un salario minimo e affitta un appartamento con una sola camera da letto di medie dimensioni, dovrebbe destinare il 55% del proprio reddito per sostenere il canone di locazione.
Il paradosso dei sussidi
Il sussidio per l’alloggio emerge come uno strumento cruciale, ma anche profondamente contraddittorio. Da un lato attenua l’impatto dei canoni elevati; dall’altro crea forti distorsioni. Superare anche di poco la soglia di ammissibilità può tradursi in una perdita netta di potere d’acquisto. È il caso, evidenziato nell’analisi, di due adulti che lavorano entrambi al salario minimo: paradossalmente possono permettersi meno di una famiglia con un solo percettore di reddito, proprio perché la perdita del sussidio fa impennare il costo effettivo dell’alloggio.
Nonostante l’aumento significativo della spesa pubblica – passata da 3,76 milioni di euro nel 2019 a 9,56 milioni nel 2023, con un balzo del 154% – il sistema non riesce a colmare il divario tra redditi e affitti. Per la maggior parte degli inquilini che non ricevono aiuti, l’onere del canone di locazione resta ben oltre la soglia raccomandata.
Un mercato che spinge all’instabilità
Secondo Solidarjetà, la crisi non è solo economica ma anche sociale. Le dinamiche attuali favoriscono il sovraffollamento, la precarietà contrattuale e l’insicurezza di avere un tetto sulla testa. E questo nonostante l’entrata in vigore del Residential Leases Act, che avrebbe dovuto arginare gli aumenti incontrollati dei canoni: nella pratica, i rincari hanno continuato a correre più veloci dei salari minando la stabilità finanziaria e limitando le spese destinate altri bisogni essenziali come cibo, sanità, istruzione e trasporti.
Le simulazioni incluse nello studio mostrano che anche allentando il parametro di sostenibilità – portando la soglia al 30% o persino al 40% del reddito – la maggior parte degli inquilini resterebbe comunque in difficoltà. E questo vale sia per le famiglie a basso reddito, ma anche per gruppi nei segmenti di mercato medio e alto, single inclusi, questi ultimi tra le categorie più svantaggiate.
Le proposte: controlli, tetto agli aumenti, rilancio dell’edilizia sociale
Da qui l’appello a una riforma profonda. Solidarjetà chiede un rafforzamento delle tutele per gli inquilini e una regolamentazione più stringente del mercato: limiti agli aumenti, congelamento temporaneo dei canoni, restrizioni sulla frequenza degli adeguamenti. Tra le proposte anche l’incentivo ai contratti a lungo termine, lo stop agli sfratti senza giusta causa e meccanismi di risarcimento per chi subisce illegalità o abusi.
Sul fronte dei sussidi, il sindacato sollecita un ampliamento dei criteri di accesso ed erogazioni più rapide e complete, ma avverte: affidarsi esclusivamente agli aiuti pubblici non è una soluzione sostenibile nel lungo periodo. Centrale, invece, l’espansione dell’edilizia sociale e a prezzi accessibili, con l’obiettivo di destinare almeno il 30% delle nuove costruzioni a questo segmento entro il 2030.
Una crisi strutturale
La conclusione dello studio è netta: Malta si trova di fronte a una crisi strutturale dell’accessibilità abitativa. Senza sussidi, la maggior parte degli inquilini non può permettersi nemmeno un affitto medio e fin troppi faticano persino a coprire i canoni più bassi. Un sistema che, così com’è, rischia di accentuare le disuguaglianze e di minare la stabilità sociale.
Per riportare equilibrio, avverte Solidarjetà, servono interventi urgenti e coordinati: controllo degli affitti, maggiori tutele, riforma dei sussidi e un deciso aumento dell’offerta di edilizia sociale. In gioco non c’è solo il mercato immobiliare, ma il diritto stesso alla casa, al momento sempre più destinata ad essere un “lusso”.
(immagine di archivio, credits: Terry Caselli Photography)
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