Quattro anni dopo, la macchina della giustizia continua a scorrere ancora troppo lentamente, a differenza del dolore, e la famiglia di Paulina Dembska, la studentessa polacca di 29 anni violentata e brutalmente uccisa il 2 gennaio 2022, torna a chiedere risposte mentre il procedimento a carico del suo presunto assassino resta impantanato tra perizie e rinvii.
Il corpo senza vita della giovane fu trovato all’alba agli Independence Gardens di Sliema, luogo in cui era solita recarsi per sfamare i gatti randagi di cui amava prendersi cura. Un delitto spietato e apparentemente immotivato che sconvolse l’opinione pubblica aprendo una ferita che, a distanza di quattro anni, resta ancora aperta.
In un messaggio affidato ai social, la sorella della vittima, Daria Dembska, ha dato voce a un dolore che non si attenua e a una frustrazione crescente per l’assenza di una sentenza. «Ogni momento senza di te è difficile come il primo», scrive, aggiungendo di voler credere che Paulina abbia finalmente trovato pace. Ma la speranza si intreccia alla rabbia: «Non riesco a smettere di pensare che la persona responsabile della tua morte non sia stata ancora chiamata a risponderne. So che nulla ti riporterà indietro, ma una condanna potrebbe almeno rendere il mondo più sicuro per altri. Malta, svegliati!!!».
Sul banco degli imputati siede Abner Aquilina, arrestato a distanza di poche ore dall’omicidio dopo aver creato tafferugli nella vicina chiesa di Balluta Bay, e che in questi anni in aula si è sempre dichiarato non colpevole, passando dai reparti di psichiatria a quelli carcerari del Mount Carmel e viceversa.
Durante le udienze, è emerso che il ventenne di Zejtun sarebbe stato solito vantarsi con i detenuti delle modalità con le quali aveva strangolato, violentato e ucciso Dembska, ispirandosi al film “Arancia Meccanica” ed autodefinendosi “l’anticristo”, portando gli esperti nominati dal tribunale a concludere che al momento del delitto il suo stato mentale fosse gravemente alterato e soggetto a psicosi, sostanzialmente incapace di intendere e di volere.
Un elemento che ha contribuito a rallentare ulteriormente un processo già segnato da lungaggini, al punto che i familiari della vittima hanno più volte denunciato l’impossibilità di elaborare il lutto e la sensazione che all’imputato sia stata garantita più assistenza psicologica di quanta ne sia stata offerta a loro.
Nel frattempo, la gente non ha però smesso di ricordare Paulina Dembska e, nel 2024, sul lungomare di Sliema, proprio a pochi passi dal luogo dell’omicidio, è stata inaugurata una panchina rossa dedicata alle vittime di femminicidio, con una targa che invita a proteggere le donne e a non voltarsi dall’altra parte. Lo scorso anno, invece, l’artista Matthew Pandolfino, ha realizzato un collare con un ciondolo a forma di cuore con inciso il nome della 29enne, apponendolo alla statua gigante del gatto che domina il parco dei felini a Sliema. Anche il presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola ha voluto ricordare l’anniversario, rinnovando l’appello a un’azione più rapida: «Basta scuse».
Paulina Dembska, la più giovane di cinque fratelli, era arrivata a Malta per imparare l’inglese, con un bagaglio colmo di speranze e sogni da realizzare in un Paese lontano da casa nel quale sembrava però sentirsi del tutto a proprio agio, impegnata negli studi così come nel volontariato. Oggi, quattro anni dopo quel terribile mattino di gennaio, la richiesta dei suoi cari resta la stessa: giustizia. Perché il tempo che passa senza risposte continua ad assomigliare sempre di più ad una giustizia negata.
(photo credits: Facebook)
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