Una storia di dolore ma anche un appello affinchè vengano rivisti i criteri con cui vengono valutate e gestite le emergenze veterinarie a Malta. È quello che una lettrice ha deciso di condividere pubblicamente dopo la perdita della sua gattina, Zulema, morta d’improvviso a soli quattro anni e mezzo.
Una testimonianza che non nasce – come precisa lei stessa – dalla rabbia, ma dal desiderio che quanto accaduto non si ripeta per nessun altro animale e proprietario, perché quando è in gioco una vita, non possono esserci esitazioni o interpretazioni ambigue su cosa sia o non sia un’emergenza.
«Condivido quanto accaduto con il cuore spezzato in memoria della mia gattina, Zulema», racconta Federica Manfellotti al Corriere di Malta. Qualche giorno prima, aveva trovato l’animale privo di sensi, in una condizione drammatica, che lasciava pochi dubbi sulla gravità della situazione: «aveva urinato e defecato su sé stessa ed era completamente incosciente, anche se respirava ancora».
Cliente di una clinica veterinaria collocata al centro dell’isola, la donna contatta immediatamente la struttura. La risposta, però, la sconvolge: il caso non viene considerato un’emergenza e le viene detto di attendere fino alle 9 del mattino.
Nel panico, alle 7:10 chiama il 153, ovvero il numero verde per le emergenze veterinarie, ma anche in questo caso non ottiene supporto: le viene spiegato – ci racconta – che di lì a poco, alle 8, il servizio avrebbe chiuso e che, trovandosi a Naxxar, non sarebbe arrivata in tempo. «Parlano di assistenza 24 ore su 24 ma che servizio offrono se poi alle 8 chiudono?», si domanda Manfellotti.
Inizia così una corsa contro il tempo, fatta di telefonate a diversi veterinari. Solo dopo vari tentativi caduti a vuoto, trova disponibilità presso una clinica di Attard, che accetta di visitare immediatamente Zulema. La diagnosi è gravissima: la gattina è in coma, in condizioni critiche. Viene ricoverata in terapia intensiva e lotta per tre giorni. Poi non ce la fa.
Ma la vicenda, come spiega la lettrice, non nasce quella mattina. «Era da un anno che cercavo di capire cosa potesse esserci che non andasse nella mia gattina», tanto che si era recata in Italia da tre veterinari e aveva consultato altri tre professionisti a Malta. Ecografie, ago aspirato, controlli: nessuno aveva mai fornito una diagnosi definitiva, rassicurandola che non si trattasse di un linfoma.
Solo presso l’ultima clinica, venerdì 20 febbraio, dagli esami effettuati in emergenza le viene detto che, con ogni probabilità, si trattava proprio di un linfoma. Dopo la morte della gattina, la donna sceglie di non procedere con l’autopsia: «Sapere non mi avrebbe comunque riportato indietro Zulema».
Il fulcro del suo messaggio resta però un altro. «I servizi di emergenza esistono per momenti come questo. Quando una vita è in gioco, archiviare un caso come “non un’emergenza” può avere conseguenze devastanti». L’appello finale è rivolto agli altri proprietari di animali: «A nessuno di noi dovrebbe mai essere detto di “aspettare” quando l’animale è incosciente e non dà segni di vita. Non ci sono scuse». «In situazioni così gravi dobbiamo difenderli, insistere per avere assistenza immediata e cercare un secondo parere, se necessario. Potrebbe salvare la loro vita».
Manfellotti precisa di aver condiviso questa storia affinché non accada a qualcun altro. Ma la sua è una richiesta che va ben oltre la vicenda personale e che chiede agli organi di competenza una revisione completa di come vengono valutati e gestiti i casi di emergenza, chiarezza nei protocolli, valutazioni tempestive e un sistema di emergenza veterinaria adeguato che, di fronte a un animale incosciente o in condizioni critiche, non lasci spazio a dubbi. Perché, come scrive lei stessa nel suo ultimo saluto, «Mia dolce Zulema, meritavi di meglio. Ora, corri libera».
(in copertina una foto di Zulema, su gentile concessione della proprietaria)
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