Diciannove giorni dopo le esplosioni che l’hanno sventrata, l’Arctic Metagaz ha finalmente una destinazione. La National Oil Corporation libica ha annunciato sabato che la metaniera russa alla deriva nel Mediterraneo centrale verrà rimorchiata verso un porto libico. L’operazione è già avviata: tramite la controllata Mellitah Oil & Gas e in stretta collaborazione con Eni, storico partner italiano delle infrastrutture energetiche libiche, la NOC ha stipulato un contratto di emergenza con una società internazionale specializzata nella gestione di incidenti che possono generare sversamenti in mare.
Il comunicato della compagnia è netto: «Non appena è diventato chiaro che la nave danneggiata si stava avvicinando gradualmente alle coste libiche a causa delle condizioni di vento e mare, la NOC si è mossa rapidamente per limitare i danni». L’ente aggiunge che la minaccia ambientale è «pienamente gestibile» e che la nave verrà portata in porto in coordinamento con l’Autorità portuale e marittima libica. È stato costituito un centro di coordinamento di emergenza con supervisione diretta del presidente del consiglio di amministrazione.
Le autorità italiane hanno stimato che a bordo si trovano circa 450 tonnellate di olio combustibile pesante e 250 tonnellate di gasolio, oltre a una quantità «indeterminata» di GNL che potrebbe essersi parzialmente rigassificata e dispersa in seguito alle esplosioni. Secondo Il Foglio, i sistemi criogenici che mantenevano il gas a circa -160 gradi centigradi si sono spenti con l’avaria della nave, rendendo il carico residuo potenzialmente instabile. Dopo i timori di un avvicinamento alle coste maltesi, la traiettoria più recente aveva portato la rinominata “bomba ecologica galleggiante” a poche decine di miglia da Lampedusa e Linosa, per poi scarrocciare verso le coste libiche, pericolosamente vicina al GreenStream, il gasdotto gestito da Eni a Tripoli, che attraverso Mellitah convoglia verso Gela il 5% del gas naturale che l’Italia importa.
Un’ulteriore preoccupazione segnalata dalla Protezione Civile italiana riguarda la possibilità che l’Arctic Metagaz, alla deriva, possa collidere con piattaforme petrolifere offshore. Le autorità hanno tuttavia precisato che al momento non risultano installazioni nelle immediate vicinanze e la NOC ha dichiarato che tutte le infrastrutture energetiche libiche sono protette da qualsiasi rischio di contaminazione.
L’operazione porta con sé una sua ironia geopolitica difficile da ignorare. L’Arctic Metagaz faceva parte della cosiddetta “flotta ombra russa” costruita dopo il 2022 per continuare a esportare GNL aggirando le sanzioni occidentali ed era in rotta verso Port Said con un carico destinato all’Egitto. Colpita da quelli che la Russia attribuisce a droni ucraini marittimi lanciati dalla costa libica occidentale, finisce ora per essere recuperata dalla Libia con il supporto tecnico dell’italiana Eni, il principale partner energetico del paese nordafricano. Il tutto mentre Mosca parlava di «attacco terroristico internazionale» e Kiev manteneva il silenzio.
Il contrasto con la risposta europea è stridente. Mercoledì i cinque leader del Med5 (Abela, Meloni, Sanchez, Mitsotakis e Christodoulides) avevano scritto a von der Leyen chiedendo l’attivazione del Meccanismo di Protezione Civile dell’UE e chiarimenti sul nodo sanzioni, sollevando la questione anche al Consiglio Europeo. La Libia, Stato non membro dell’UE e quindi libera da qualsiasi vincolo sanzionatorio, ha nel frattempo chiamato il rimorchiatore. L’equipaggio russo, che aveva abbandonato la nave sulle scialuppe di salvataggio trovando rifugio a Bengasi, era già rientrato in Russia, prima che qualsiasi soluzione diplomatica europea prendesse forma.
(in copertina un’immagine dell’Arctic Metagaz dopo l’attacco, credits: X / Serhii Sternenko)
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