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“Strano, ma… vero! Lettere al Corriere di Malta” – La difficoltà di essere donna e imprenditrice

I lettori raccontano al Corriere di Malta esperienza ai confini della realtà... maltese

di Maria Grazia Strano
25 Gennaio 2020
in Lettere
Tempo di lettura:3 mins read
0

Tutti i sabati, Strano, ma… vero!: le vostre lettere al Corriere di Malta. Qui potrete raccontare tutto ciò che di strano vi sia capitato a Malta: qualcosa che vi ha lasciato a bocca aperta, si tratti di piacevoli sorprese o delusioni.
La rubrica non ha la presunzione di risolvere i problemi, ma solo l’intento di offrire ai lettori la possibilità di parlare e, perché no, sfogarsi un po’. Le lettere verranno pubblicate in forma anonima (se volete) ogni sabato sul sito e sulla pagina facebook del Corriere di Malta.
Perciò scriveteci, inviando le vostre mail qui, oggetto “Strano ma vero”.
In alternativa potete scrivere sul messenger della pagina facebook del Corriere di Malta.

Continua la rubrica Strano, ma… vero! con la lettera/denuncia di una gentile lettrice che ci espone, a suo avviso, gli impedimenti che una donna in cerca di indipendenza e affermazione personale, può incontrare una volta trasferitasi nell’arcipelago.

La difficoltà di essere donna e imprenditrice a Malta

Caro Corriere di Malta,

sono espatriata a Malta come imprenditrice digitale. Per quanto mi riguarda, combattere ogni giorno per ottenere rispetto e mantenere la libertà è una cosa ormai del tutto naturale. Trasferirsi a Malta da sola e mettersi in proprio vuol dire anche farsi accettare come persone, come donne e come imprenditrici dalla comunità locale. Quando ho deciso di diventare imprenditrice a Malta, completamente da sola, senza un commercialista, un contabile o un addetto al commerciale, puntando tutto solo su me stessa, sapevo quello che stavo facendo. Sapevo che avrei dovuto lottare da sola per stare al passo col lavoro, la burocrazia, la fatturazione, le scadenze, la gestione di un monolocale. E sapevo che tutto questo correre contro il tempo mi avrebbe reso più forte che mai. […] Poi è arrivato quel momento in cui mi sono accorta che, come donna, non vale la pena fare impresa in un altro Stato non tanto diverso dalla propria patria. Ho perso il conto di quante persone e situazioni a me estranee hanno messo a rischio il mio lavoro e la mia persona e posso raggrupparle in 4 categorie:

  1. gender gap e indipendenza femminile;
  2. riconoscimento professionale;
  3. uso comune dei social media e concetto di privacy;
  4. omertà e integrazione culturale.

Probabilmente sono stata la prima vera imprenditrice digitale italiana a lavorare da sola e vivere da sola a Malta. Nessuna donna che io abbia conosciuto finora ha mai avuto lo stesso desiderio di un livello tanto alto di indipendenza. Questo divario che ho percepito tra me e le donne del posto è stato colmato da invidia, compassione e altre energie negative che non hanno fatto altro che ostacolare la mia attività e la mia vita privata. Secondo una statistica del 2017 pubblicata dal Malta Independent, i maltesi sono gli ultimi in Europa a lasciare la casa dei genitori a un’età media di 32,2 anni (a fronte dei 30,1 anni medi italiani)e questo dice molto sul loro modo di vedere l’indipendenza. Per una donna a Malta è molto difficile trovare un monolocale in buone condizioni a un prezzo di mercato regolare. Molte ragazze della mia età neanche lo cercano, semplicemente perché non vogliono essere così indipendenti.

L’imprenditoria femminile a Malta è molto ristretta; sono poche le donne che si rendono indipendenti e molte lo fanno part-time per esigenze pratiche di gestione familiare, ma non per vera vocazione. Esiste una sola Fondazione per Imprenditrici sull’isola e, nel mio caso, nessuna associazione di traduttori, per cui la mia categoria professionale non è rappresentata né riconosciuta a livello statale.

A Malta solo chi lavora nel settore informatico conosce l’uso professionale di social media quali Facebook e Instagram, le rispettive leggi sulla privacy e come proteggere gli account da eventuali attacchi hacker. L’uso non professionale dei social ostacola gli imprenditori digitali che non intendono promuoversi affatto o che, al contrario, condividono informazioni per puri scopi di marketing aziendale. Il successo online di una donna può facilmente essere frainteso con intenzioni quali diventare influencer e da qui possono avviarsi diversi comportamenti da parte della gente del posto, tra cui eccessiva curiosità, concorrenza sleale, invidie femminili, followers mai voluti e richieste eccessive di consigli di vita. La privacy a Malta è un’utopia. Un’imprenditrice che lavora da casa viene disturbata semplicemente perché a Malta ancora non esiste il concetto di lavorare da remoto e riuscire a mantenersi da sole. Per un’imprenditrice digitale è dunque difficile tenere sotto controllo e proteggere la privacy online dei propri clienti e la propria.

Si resta etichettate come straniere anche dopo un anno di permanenza e dopo aver adottato una condotta di vita il più professionale e rispettosa possibile. L’integrazione resta un miraggio anche dopo aver imparato, con il tempo, ad amare la cultura locale. Da qui deriva la percezione dell’omertà: quando si ha veramente bisogno di qualcuno e si sta male, fisicamente o psicologicamente, tutti gli autoctoni lo sapranno ma nessuno sarà disposto ad aiutare.

Nel complesso, Malta non è uno Stato in cui si può essere veramente libere per cui le imprenditrici nel mondo digitale riscontrano parecchie difficoltà professionali ed economiche. C’è chi decide di andare avanti ugualmente e di tentare, come ho fatto io. Ma io sono un caso a parte.

Tags: Lettere al CorriereMaria Grazia StranoStrano ma vero
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