Una casa a Gozo presumibilmente legata alla latitanza di uno spietato boss mafioso, un vecchio contratto d’affitto che potrebbe inguaiare un ministro in carica ma, soprattutto, una toppa peggiore del buco. Il ministro dell’Agricoltura, Anton Refalo, è finito al centro di un caso mediatico dopo aver dichiarato alle telecamere di Rai 3 di “non sapere chi sia” Salvatore “Totò” Riina, potente e spietato capo di Cosa Nostra, regista della sanguinosa sfida frontale alle istituzioni nella stagione più buia della Repubblica italiana segnata da un’ondata di stragi e omicidi senza precedenti, culminata negli attentati ai giudici Falcone e Borsellino.
Al centro della vicenda c’è un immobile a Qala affittato da Refalo da oltre due decenni, in cui avrebbe soggiornato Riina nel periodo di latitanza conclusosi nel 1993. Secondo verifiche riportate dalla stampa maltese incalzata dai media italiani sulla base di varie testimonianze, i registri indicano che la casa fu venduta l’ultima volta nel 1979 a una cittadina italiana di Brescia. Successivamente, ma solo nel 2002, Refalo avrebbe sottoscritto un contratto di locazione che prevedeva il pagamento di un canone annuo e l’impegno a effettuare lavori di ristrutturazione su un edificio allora descritto come in stato di degrado. La proprietaria, secondo la documentazione ottenuta da Times of Malta, era rappresentata da un procuratore legale.
L’immobile è finito sotto i riflettori perché indicato in alcune ricostruzioni giornalistiche riportate prima da La Stampa e poi dal programma tv Lo Stato delle Cose di Giletti, come uno dei nascondigli utilizzati da Riina durante la sua lunga latitanza lontano da Corleone, elemento che ha sollevato un polverone internazionale pur senza evidenziare, almeno su carta, legami diretti con il ministro.
Ma è stata proprio la replica del ministro stesso ad aver creato il “vero” scandalo. Il giornalista di Rai 3 incalza Refalo chiedendo chiarimenti sulla casa e sulla figura del noto boss mafioso. Lui ribadisce più volte in lingua italiana di non conoscere Riina, di non ricordare le date della stipula del contratto né il nome del proprietario dell’immobile e, in un passaggio particolarmente teso, reagisce in modo piccato alle domande liquidando l’insistenza del cronista con un «non sono affari miei», «non sono affari tuoi», questa volta in inglese. Una replica che ha immediatamente alimentato polemiche e incredulità.
A difenderlo è prontamente intervenuto il Primo Ministro Robert Abela, che ai media maltesi ha parlato di “nessuna prova di comportamento illecito” dopo aver visionato il contratto d’affitto, ma cogliendo l’occasione per puntare il dito sul Partito Nazionalista, reo, a suo dire, di «aver permesso a Riina di entrare e uscire dal Paese liberamente e senza restrizioni» a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.
Prima ancora, però, le opposizioni non si erano fermate a guardare. Il Partito Nazionalista ha etichettato quella di Refalo come una «una versione che non chiarisce i punti essenziali», mentre la Ong Repubblika ha sottolineato che «la fiducia nelle istituzioni passa dalla piena trasparenza, soprattutto quando emergono collegamenti, anche indiretti, con figure della criminalità organizzata», aggiungendo che, «se qualcuno volesse spiegare cosa significa “omertà”, questo incredibile momento ne sarebbe stato il migliore esempio».
Il caso, amplificato dall’eco internazionale dell’intervista raccolta da una telecamera nascosta, si inserisce in un contesto già sensibile per Malta sul fronte della trasparenza e dello stato di diritto. Per il governo, la sfida è tutta nella gestione della credibilità. Perché, al di là dei documenti e delle dichiarazioni, resta una domanda di fondo: quanto può permettersi di rimanere opaca o liquidata con un “non lo so”, “non ricordo”, “non sono affari miei né tuoi” pronunciati da un ministro in carica, una storia che tocca, anche solo indirettamente, uno dei nomi più pesanti della criminalità europea non certamente estraneo a Malta?
(immagine di archivio, credits: DOI / Kevin Abela)
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