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«Il Mediterraneo è il nostro paradiso, per molti invece è l’inferno»: intervista a Regina Catrambone

Regina Catrambone e il marito Christopher hanno salvato 40.000 vite nel Mediterraneo Centrale e nell’Egeo

di Luca Di Gennaro Splendore
28 Giugno 2020
in Attualità, Interviste
Tempo di lettura:4 mins read
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Intervista esclusiva a Regina Catrambone, co-fondatrice di MOAS, Ong che dal 2014 soccorre i migranti.

Regina Catrambone e il marito Christopher, dopo aver fondato l’organizzazione umanitaria MOAS, dal 2014 al 2017 hanno salvato 40.000 vite nel Mediterraneo Centrale e nell’Egeo. Nonostante in questi ultimi anni abbia rilasciato numerose interviste alla stampa nazionale e internazionale, Regina è sempre entusiasta e disponibile a raccontarsi e a raccontare. Grazie all’intervista che ci ha concesso la conosceremo meglio e scopriremo nei dettagli di cosa si occupa il MOAS.

Da quanto tempo risiedi a Malta e come mai hai scelto di vivere proprio qui?

Sono nata e cresciuta nel sud Italia, in Calabria. La prima volta che ho visto Malta, nel 1985, in occasione di una vacanza con mia zia, ero una giovane ragazza. Il mare, i paesaggi, i costumi, i piatti della cucina locale e il forte attaccamento alla fede cristiana dell’isola mi hanno fatto sentire in stretta connessione con Malta. Nel 2008 io e mio marito abbiamo deciso di stabilire a Malta i nostri affari per la sua centralità nel Mediterraneo, per la lingua inglese e per un favorevole quadro giuridico e normativo. Da allora è diventata la mia seconda patria.

Dove hai conosciuto tuo marito?

Mio marito è di origini italiane. A seguito dell’Uragano Katrina, abbattutosi nel 2005 a New Orleans, è rimasto senza casa ed è stato costretto a spostarsi. Ha deciso, così, di partire per la Calabria, dove non era mai stato, per ritrovare le origini della propria famiglia. Quando ci siamo conosciuti ho cominciato a dargli una mano con la lingua italiana e da allora non ci siamo più separati.

In che momento tu e tuo marito avete capito di voler dedicare la vostra vita a salvare i migranti nel Mediterraneo? 

Era il 2013. Mentre facevo colazione in barca con Christopher, tra Lampedusa e la Tunisia, vidi una giacca da uomo in mezzo al mare. Insospettita, chiesi spiegazioni al capitano Marco, che successivamente sarebbe stato alla guida della prima imbarcazione con la quale abbiamo salvato i migranti nel Mediterraneo. Marco mi spiegò che ci trovavamo su una delle rotte solitamente percorse da migranti per raggiungere l’Europa. Era la giacca di un uomo che probabilmente aveva perso la vita in cerca di speranza. In quel momento decidemmo che, in mancanza di una risposta concreta in seguito al drammatico naufragio di Lampedusa del 2013 e a seguito dell’appello di Papa Francesco, avremmo dovuto offrire un’ancora di salvezza a chiunque fosse costretto a tentare pericolose traversate marittime per sfuggire a violenza, povertà o persecuzioni. Eravamo una famiglia che porgeva la mano ad altre famiglie.

Qual è stato il passo successivo? Come avete creato, effettivamente, Migrant Offshore Aid Station (MOAS)?

Non è stato affatto semplice, ci sono voluti determinazione e impegno. Dopo un’approfondita valutazione degli aspetti logistici, normativi e burocratici e dopo aver organizzato la ristrutturazione e la predisposizione della nave Phoenix per i salvataggi in mare, MOAS ha preso vita. Nell’agosto del 2014 abbiamo messo insieme una squadra di esperti e fatto di MOAS la prima organizzazione SAR (Search and Rescue) non-governativa ad operare nel Mediterraneo centrale, un nuovo modello di soccorso marittimo organizzato dalla società civile. Abbiamo utilizzato innovazione e tecnologia, includendo anche i droni, per condurre le nostre operazioni. Insieme a me e Christopher c’era anche nostra figlia Maria Luisa che, appena diciottenne, si prendeva cura dei bambini e dei ragazzi tratti in salvo. Dal 2017 abbiamo spostato le nostre attività in Bangladesh per fornire cure e assistenza ai Rohingya e alla comunità bengalese ospitante. MOAS, inoltre, invia aiuti nutrizionali e farmaceutici in Yemen e in Somalia.

 

Regina Catrambone durante una delle operazioni SAR nel Mediterraneo Centrale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ultimo progetto lanciato da MOAS, il Malta Remote Learning Project, assicura il diritto all’istruzione ai ragazzi migranti che si trovano nei centri di accoglienza maltesi. In cosa consiste?

A causa della pandemia di COVID-19 abbiamo avviato una serie di attività umanitarie in Bangladesh e a Malta. Dapprima con il progetto Moas Masks, per la creazione e la distribuzione di mascherine per rallentare la diffusione del virus. Poi con il Remote Learning Project. A Malta molte famiglie di migranti ospiti nei centri di accoglienza hanno avuto difficoltà ad accedere alla didattica a distanza. Per far fronte a questo problema, MOAS ha donato 21 tablet, modem e altrettante connessioni Internet a 21 famiglie con l’intento di aiutarle ad avere accesso all’istruzione in questo difficile momento. Il progetto è stato realizzato grazie alla collaborazione con AWAS, l’Agenzia governativa che si occupa dell’assistenza ai Richiedenti Asilo, che ha identificato le famiglie destinatarie e coordinato insieme a MOAS lo sviluppo del progetto e la consegna dei tablet. Il gestore GO ha sin da subito creduto nell’importanza di questa iniziativa e ha fornito i modem plug-and-play a titolo gratuito, offrendo così il suo sostegno a queste famiglie che si trovano in una condizione di fragilità. I dispositivi elettronici e la connettività Internet forniti consentiranno agli studenti non solo di impegnarsi nelle attività di apprendimento, ma anche di rispettare tutte le regole di distanziamento sociale e quarantena ancora in vigore. Ogni persona ha diritto all’istruzione e, quindi, specialmente in questi tempi di pandemia, l’accesso ai sistemi online è essenziale per superare il digital divide.

In diverse interviste fai spesso riferimento alle“vie sicure e legali”. Cosa intendi nello specifico?

Le tragedie del Mediterraneo, le morti per annegamento di bambini, donne e uomini che tentano di raggiungere la sicurezza delle coste europee a cui assistiamo frequentemente mettono in evidenza la necessità di applicare e implementare un sistema di ingressi sicuro e legale. Per “vie sicure e legali” intendiamo tutte quelle modalità di ingresso regolari che possano garantire un viaggio sicuro a tutte quelle persone che necessitano di protezione internazionale, affinché non siano costrette a mettere a rischio la propria vita per chiedere asilo. Visti umanitari, visti medici, visti di lavoro e studio, sponsorship private, corridoi umanitari e ricongiungimenti familiari sono soltanto alcuni esempi di vie sicure e legali. Un meccanismo che, al tempo stesso, garantirebbe un sistema di accoglienza e integrazione adeguato e strutturato. Con il nostro appello speriamo di far sentire la nostra voce agli organi decisionali nazionali ed europei.

Tags: migrantiMoasTema Caldo
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