Un fiume di persone ha marciato ieri sera compatto per le vie di Valletta chiedendo giustizia per Daphne Caruana Galizia, la giornalista investigativa uccisa da un’autobomba nel 2017. La manifestazione, organizzata dalla società civile a due settimane dall’assoluzione dell’imprenditore accusato di essere la mente dell’omicidio, si è svolta a partire dalle 19 nel cuore della capitale e ha segnato una svolta significativa nella storia delle mobilitazioni per Caruana Galizia.
Per 107 mesi consecutivi, Repubblika e Occupy Justice, in collaborazione con numerose altre Ong, avevano infatti tenuto una veglia silenziosa presso il memoriale dedicato alla giornalista di fronte al tribunale. L’assoluzione di Yorgen Fenech, arrivata lo scorso 2 settembre, ha spinto le due organizzazioni a dichiarare ormai finito il tempo delle veglie, trasformando l’appuntamento mensile in una manifestazione di solidarietà nazionale a cui ha aderito un ampio fronte della società civile maltese, tra cui Moviment Graffitti, PEN Malta, Friends of the Earth Malta, Din l-Art Helwa, il National Youth Council, sei organizzazioni studentesche e alcune testate giornalistiche locali.
In corteo tra il suono dei tamburi, striscioni di denuncia, candele e fotografie con il volto di Caruana Galizia, molti dei partecipanti hanno gridato ripetutamente “mafia, mafia”, portando cartelli con scritte come “Giustizia negata”, “Basta impunità”, “Abbiamo visto tutti le prove” e “Basta con l’omertà”. Tutto attorno, un clima di rabbia composta ma determinata.
A leggere alla folla un messaggio del padre della giornalista, Michael Vella, sono state le due nipoti di Daphne Caruana Galizia, Megan e Amy Mallia. Nel testo, l’anziano padre ha ricordato come la battaglia della famiglia non riguardi soltanto l’accertamento delle responsabilità per la morte della figlia, ma un intero Paese che dovrebbe essere «governato non dalla corruzione e dalla paura, ma da istituzioni solide e dallo Stato di diritto». Vella ha inoltre espresso gratitudine verso chi ha partecipato con costanza alle veglie mensili nonostante minacce e avversità, il caldo estivo e la pioggia gelida, e persino durante la pandemia, continuando a chiedere giustizia per Caruana Galizia, per la realizzazione dei suoi ideali.
Amy Mallia, che aveva solo 15 anni quando la zia fu uccisa, ha raccontato come l’assoluzione di Fenech abbia fatto riaffiorare in lei le stesse emozioni provate all’indomani dell’omicidio: lo stesso dolore, la stessa incredulità, la stessa rabbia. Mallia ha aggiunto che il denaro può comprare il potere, ma non la morale, l’etica o la verità.
A nome di Occupy Justice è intervenuta l’attivista Pia Zammit, che ha aperto il suo intervento confessando il trauma vissuto alla lettura della sentenza di assoluzione di Fenech, ripercorrendo le ammissioni fatte dallo stesso alla polizia – i passaggi di denaro, i messaggi, la mancata denuncia del piano omicida per proteggere l’allora capo gabinetto del Primo Ministro, Keith Schembri – rigettando con forza la tesi della difesa che ha cercato di derubricare la vicenda a un tragico malinteso tra uomini d’affari.
Zammit ha inoltre ribaltato l’argomento spesso utilizzato da chi critica le proteste, sostenendo che non è chi denuncia la mafia a danneggiare la reputazione di Malta, ma la mafia stessa a rovinarla. «Quando gli uomini d’affari si infiltrano nel potere politico, quando una giornalista che stava indagando sulla corruzione in questo ambiente viene uccisa, quale definizione dovremmo usare, esattamente? Io la chiamo mafia. Non ho paura di usare questa parola. Anzi, ho paura di vivere in un Paese che si rifiuta di usarla».
Tra gli organizzatori della manifestazione, Manuel Delia di Repubblika ha invitato la folla a non arrendersi di fronte al verdetto della giuria ma ha lanciato un duro atto d’accusa contro la “cultura del silenzio”, confessando la propria paura per un Paese in cui l’abuso di un enorme potere economico e politico costringe i cittadini e i giornalisti ad abbassare la testa e a tacere.
«La settimana scorsa abbiamo letto i messaggi tra Yorgen Fenech e l’uomo che era, e ora è di nuovo, a capo dell’autorità di pianificazione. Ci hanno ricordato che l’abuso di ricchezza e potere non esiste al di sopra delle nostre teste. Viviamo nelle sue conseguenze. Viviamo nel giardino di cemento in cui ci stanno seppellendo».
Per contrastare ciò, Delia ha esortato la piazza a esercitare il proprio potere civico per pretendere riforme immediate dal Primo Ministro Robert Abela, sottolineando come la famiglia della giornalista abbia trasformato un lutto privato in una battaglia pubblica più ampia, combattendo per giornalisti che nemmeno conoscevano personalmente e persino per le istituzioni che l’avevano abbandonata. «I familiari di Daphne hanno dedicato anni della loro vita al nostro Paese e alla sua gente senza avere alcun obbligo. Malta ha un obbligo nei loro confronti. E così, soprattutto dopo quello che è successo due settimane fa, stasera diciamo loro: non siete soli».
Infine, Delia ha ricordato l’inquietante e freddo calcolo criminale che ha preceduto l’attentato del 2017: chi ha piazzato la bomba ha valutato che il rischio fosse basso, forte della debolezza delle istituzioni. Poiché a oggi nessun mandante è stato condannato, «pensate al messaggio che riceverà la prossima persona con abbastanza soldi, conoscenze e mancanza di scrupoli. Il messaggio che le arriverà è che uccidere una giornalista è un rischio che può correre senza preoccupazioni». «Il nostro dovere – ha sottolineato – è smentire questo messaggio».
Ad aprire la mobilitazione a Valletta è stata la presidente di Repubblika, Vicki Ann Cremona, pronunciando un discorso focalizzato a delineare i motivi della protesta: l’assenza di leggi adeguate contro la corruzione e «un sistema di governo che ha troppe lacune attraverso le quali possono infilarsi politici e funzionari corrotti».
La risposta della piazza al verdetto di assoluzione pronunciato dal tribunale, ha spiegato, deve essere l’unione: «La vostra presenza stasera è di per sé un messaggio», «in un momento di delusione, rabbia e incertezza, abbiamo scelto di non rimanere soli. Siamo venuti qui per trovare coraggio nella reciproca presenza e per ricordarci che abbiamo ancora la forza di migliorare il nostro Paese» ha affermato Cremona, esprimendo vicinanza e solidarietà alla famiglia di Daphne Caruana Galizia e annunciato le prossime tappe della mobilitazione in vista del nono anniversario dell’omicidio, tra cui un concerto di protesta il 4 ottobre a Valletta, una tavola rotonda pubblica sulla giustizia il 10 ottobre, una conferenza all’Università che vedrà la partecipazione della co-presidente di Libera (Italia) Francesca Rispoli il 15 ottobre e la commemorazione ufficiale il 16 ottobre, con un seminario sulla protezione dei whistleblower, un incontro silenzioso a Bidnija e una messa commemorativa a Valletta.
Caruana Galizia fu uccisa da un’autobomba nell’ottobre 2017. I tre uomini che piazzarono l’ordigno e i due che lo fornirono stanno scontando lunghe pene detentive, ma il presunto mandante, l’imprenditore Yorgen Fenech, è stato assolto dalle accuse di complicità in omicidio e associazione a delinquere al termine di un processo durato quasi due mesi, con 8 voti favorevoli e 1 contrario. Il verdetto ha sconvolto la famiglia della vittima e scioccato un’intera nazione che, a distanza di quasi nove anni, attende ancora che sia fatta giustizia.
(photo credits: Moviment Graffitti)
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