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Iran, tensione alle stelle e morti fratricide: cresce il numero di manifestanti condannati dal regime

Nuove e preoccupanti notizie provengono dall'Iran, con la situazione che non è mai sembrata così calda ed il regime degli Ayatollah che, nelle ultime ore, è passato alla controffensiva pronunciando ed eseguendo nuove condanne a morte nei confronti dei manifestanti, uccisi in pubblica piazza a seguito di processi altamente discutibili

di Stefano Andrea Pozzo
17 Dicembre 2022
in Dal mondo, Politica
Tempo di lettura:4 mins read
0

Ogni giorno leggiamo le preoccupanti notizie provenienti dall’Iran sull’orlo della guerra civile dove, da ormai tre mesi, le proteste contro il regime degli Ayatollah si sono riversate in un triste capitolo che ci racconta le nuove mosse di repressione attuate dal Governo iraniano che contemplano l’esecuzione dei manifestanti, torturati e sottoposti a processi-farsa con il modus operandi dei più sanguinari regimi totalitari.

Era dalla Rivoluzione khomeinista che non si faceva così forte l’opposizione del popolo, insorto dopo la morte in carcere di Mahsa Amini, la giovane arrestata dalla Polizia Morale perché non indossava il velo correttamente.

Mahsa Amini - @Foto da Facebook
Mahsa Amini (credits: Facebook)

E come lei, tuttora, tante altre donne vengono arrestate e incarcerate per essersi rifiutate di indossare l’hijab (velo della tradizione islamica), inclusi volti noti della società iraniana.

«Il potere delle loro voci terrorizza i governanti della Repubblica islamica»

È quanto si legge nell’ultimo tweet della Ong Iran Human Rights che, per spiegare la situazione, invita le persone a guardare il seguente video in cui appaiono attrici, registe, designer, personaggi televisivi mentre si tolgono il velo e giurano di combattere per la libertà «fino all’ultimo respiro»:

Women are being arrested and jailed in Iran for refusing to wear forced hijabs, including prominent actress #TaranehAlidoosti.

The power of women’s voices terrify the Islamic Republic’s rulers.

Watch this video to understand.#مهسا_امینی#ترانه_علیدوستی pic.twitter.com/6pVknD3Dgl

— IranHumanRights.org (@ICHRI) December 17, 2022

Siamo di fronte allo sterminio delle libertà, un canto solitario che s’infrange contro un muro religioso, ma che di “sacro” ha ben poco. L’attualità si riflette nelle parole dei medici iraniani intervistati dal The Guardian che hanno riferito come le donne riportino ferite diverse rispetto quelle degli uomini, colpite agli occhi o ai genitali con l’obiettivo di sfigurarle, ignorando qualsiasi deontologia dell’antisommossa.

Come ogni regime anche quello iraniano sta cercando in ogni modo di sedare le proteste, con i dati allarmanti stimati dalle Nazioni Unite che raccontano di circa 14mila arresti e almeno 450 decessi fino ad ora.

Come nel caso delle esecuzioni effettuate sui ventitreenni Mohsen Shekari e Majid Reza Rahnavard, entrambi giustiziati tramite impiccagione con l’accusa di “moharebeh” (dall’iraniano “dichiarare guerra a Dio”), con la decisione istituita a seguito di un processo a porte chiuse con avvocati difensori assegnati dalle autorità, ed a seguito di confessioni estorte sotto tortura.

Toccanti le ultime parole di Rahnavard che, come riportato nel video di Quotidiano Nazionale, prima dell’esecuzione avrebbe fatto un’ultima e toccante richiesta:

«Nessuno pianga, legga il Corano o preghi davanti la mia tomba, desidero un’atmosfera gioiosa e che si suoni musica allegra»

A dimostrazione della scarsa credibilità di questi processi, le parole del corrispondente del Washington Post, Jason Rezaian, che dopo aver passato 544 giorni nel carcere di Teheran ha raccontato il modus operandi del giudice a capo della sezione 15 del Tribunale rivoluzionario di Teheran, Abolghassem Salavati, considerato un personaggio chiave nelle condanne emesse in questi giorni. Proprio Rezaian riporta nelle pagine del suo libro la sua esperienza con il giudice iraniano che, oltre a presenziare ad ogni incontro fra il giornalista e l’avvocato da lui stesso assegnatoli, così si sarebbe rivolto al reporter durante uno degli incontri:

«Perché state perdendo tempo? Ti condannerò a morte, sei una spia americana»

Le notizie delle ultime ore registrano l’ulteriore controffensiva del Governo iraniano che avrebbe condannato a morte altre 12 persone, tra le quali il rapper curdo Saman Seydi Yasin, accusato di aver realizzato brani inneggianti alla rivolta e che, come fanno sapere le ONG Hengaw e Iran Human Rights, sarebbe stato trasferito nella prigione di Rajaeishahr per andare incontro all’“imminente” esecuzione.

Foto del rapper Saman Seydi Yasin - @Immagine da Twitter
Foto del rapper Saman Seydi Yasin (credits: IranHumanRights.org via Twitter)

Mentre si aggiungono altri nomi di cittadini che nelle prossime ore potrebbero andare incontro alla pena capitale, nella giornata di lunedì il ministro degli Esteri maltese Ian Borg, durante la riunione del Consiglio Affari esteri dell’UE di Bruxelles, ha descritto quello che sta succedendo come «una situazione che non può continuare», seguito dal comunicato del governo che sottolinea la necessità di intensificare gli sforzi per il popolo iraniano, condannando la controffensiva degli Ayatollah.

“Appena ci si rende conto che obbedire a leggi ingiuste va contro alla dignità dell’uomo, nessuna tirannia può dominarlo”, affermava il mahatma Gandhi, a testimonianza di come sia importante offrire aiuto a chi combatte per la libertà dei propri padri, fratelli o figli alla mercé di un governo fratricida.

 

(cover photo credits: IranHumanRights)
Tags: AyatollahDonne IranIan BorgIranMahsa AminiProteste IranSaman Seydi Yasin
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