Hanno suscitato profonda indignazione le parole attribuite a un giurato del processo contro Yorgen Fenech, secondo cui «nemmeno i suoi figli piangono Daphne Caruana Galizia». Repubblika, organizzazione per lo stato di diritto, ha definito «profondamente crudele» il commento rivolto ai tre figli della giornalista, «che hanno perso la madre in un assassinio e che da nove anni lottano per la verità e la giustizia».
«Nessuno dovrebbe presumere di misurare il loro dolore, tanto meno deriderlo» ha sottolineato l’Ong, chiedendo inoltre che gli accertamenti non si limitino al comportamento dei singoli membri della giuria, ma prendano in considerazione anche le responsabilità politiche per il clima di ostilità che ha circondato la giornalista prima della sua uccisione.
La frase sarebbe stata scritta in una chat WhatsApp condivisa dai nove giurati che hanno partecipato al processo, conclusosi il 2 settembre con l’assoluzione dell’imprenditore, pronunciata con otto voti contro uno. I messaggi, scoperti dalla polizia, sono ora al centro di ulteriori accertamenti. Secondo le ricostruzioni pubblicate dal Times of Malta, anche altri componenti della giuria avrebbero condiviso in passato commenti ostili nei confronti della giornalista, tanto che alcuni di loro sarebbero inoltre finiti sotto esame per non aver dichiarato alla Corte precedenti pubblicazioni sui social potenzialmente rilevanti per la valutazione della loro imparzialità.
Per Repubblika, il fatto che il commento sia stato attribuito a una persona chiamata a valutare le prove sull’eventuale coinvolgimento di Fenech nell’assassinio rende la vicenda particolarmente grave. L’associazione sottolinea che Caruana Galizia non era l’imputata e che le opinioni personali sulla sua attività giornalistica o sulla sua famiglia non avrebbero dovuto influire sul giudizio relativo alle accuse contro Fenech. La decisione sulla colpevolezza, ricorda, avrebbe dovuto basarsi esclusivamente sulle prove presentate in aula.
L’organizzazione chiede quindi alle autorità di accertare con rigore i fatti emersi e ai tribunali di valutarne le eventuali conseguenze sul procedimento. Ma considera insufficiente fermarsi alle possibili responsabilità dei giurati: a suo giudizio, quanto emerso mostra in modo concreto il peso dell’“atmosfera di impunità” che l’inchiesta pubblica aveva già accertato essere stata creata sotto il governo di Joseph Muscat.
Nel comunicato, Repubblika denuncia la campagna d’odio orchestrata in passato direttamente da Castille, luogo in cui ha sede il Governo, volta a “disumanizzare” Daphne Caruana Galizia fino a privarla, agli occhi di una parte della società, della dignità e della tutela riconosciute a ogni cittadino. Secondo l’Ong, questa crescente ostilità ha finito per colpire anche la sua famiglia, arrivando a negare e schernire persino il dolore dei figli.
Da qui la richiesta di estendere il principio di responsabilità anche a chi ha utilizzato il potere pubblico per diffondere pregiudizi e discredito nei confronti della vittima. Repubblika contesta inoltre che persone legate all’amministrazione dell’ex premier Muscat ricoprano ancora alte cariche dello Stato, sostenendo che le responsabilità politiche per quel clima non siano state adeguatamente riconosciute.
La vicenda arriva a ridosso del nono anniversario dell’assassinio. Per venerdì 16 ottobre, alle ore 19 a Valletta, Repubblika ha annunciato una manifestazione con partenza dal Parlamento e arrivo davanti ai tribunali, per rinnovare la richiesta di giustizia per Daphne Caruana Galizia e per la sua famiglia. L’associazione sostiene che la piena assunzione di responsabilità debba riguardare tanto eventuali violazioni dei doveri da parte di chi ha partecipato al processo quanto chi, negli anni precedenti, ha seminato e contribuito a diffondere odio e pregiudizi contro la giornalista.
(immagine di archivio, credits: Terry Caselli Photography)
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