La giuria popolare ha assolto Lorin Scicluna dall’accusa di omicidio di Lassana Cisse Souleymane, il migrante ivoriano di 42 anni, padre di due figli, freddato a colpi d’arma da fuoco nell’aprile del 2019 mentre percorreva a piedi la strada tra Birzebbugia e il centro di accoglienza di Hal Far.
L’ex militare delle Forze armate maltesi è stato scagionato anche dalle accuse relative ai tentati omicidi di altri tre migranti, due dei quali rimasti feriti nella stessa circostanza, e dal porto abusivo di armi. Un verdetto che ha suscitato forti polemiche, considerando la gravità del caso e la sua matrice razzista.
La decisione dei giurati è arrivata al termine della camera di consiglio: otto voti contro uno per l’assoluzione dall’imputazione di omicidio. Scicluna è stato tuttavia riconosciuto colpevole all’unanimità di altri due reati minori: la manomissione dell’automobile utilizzata nella notte del delitto, attraverso interventi finalizzati a ostacolarne l’identificazione, e le gravi lesioni ai danni di un altro migrante, May Malimi, riportate in un altro episodio verificatosi alcuni mesi prima. Per l’omicidio di Cisse è coinvolto anche Francesco Fenech, un altro ex militare, che dovrà rispondere delle accuse in un procedimento separato.
Il precedente di febbraio: investito un migrante ciadiano
Uno dei due capi d’imputazione a carico di Scicluna riguardava un episodio antecedente l’omicidio di Cisse. Il primo febbraio 2019, circa due mesi prima della morte del 42enne, May Malimi, un migrante ciadiano, era stato investito intenzionalmente in un analogo raid razzista nella zona di Hal Far dalla Toyota Starlet bianca dell’ex militare. La giuria ha assolto Scicluna anche dall’accusa di tentato omicidio di Malimi, con otto voti contro uno, ma lo ha riconosciuto colpevole di avergli provocato lesioni gravi, con sei voti favorevoli e tre contrari.
La sera del delitto e la versione di Scicluna
L’omicidio di Lassana Cisse risale al 6 aprile 2019. Secondo la tesi dell’accusa, Scicluna e il commilitone Francesco Fenech si erano recati ad Hal Far con l’intento premeditato di “dare la caccia” ai migranti per puro odio razziale. Prima di raggiungere la zona, avrebbero rimosso le targhe dalla vettura per rendere più difficile la sua identificazione. Un accorgimento che, stando a quanto ricostruito dagli investigatori, costituiva una prassi consolidata nelle loro uscite mirate a colpire e intimidire gli stranieri della zona.
Durante le indagini, dopo che gli investigatori erano riusciti a risalire all’automobile attraverso le immagini delle telecamere di sorveglianza, Scicluna aveva attribuito a Fenech la responsabilità degli spari. Secondo la sua versione, i due erano usciti con l’intenzione di spaventare i passanti, senza l’obiettivo di uccidere nessuno. Nel raccontare quanto accaduto, aveva pronunciato una frase destinata a diventare uno degli elementi più controversi del caso: «Doveva essere un gatto, sono finiti per essere tre migranti».
Scicluna aveva sostenuto di trovarsi al volante mentre Fenech, seduto sul lato passeggero, si era sporto per sparare contro Lassana Cisse, colpendolo a morte, e successivamente contro altri due migranti, Ibrahim Bah e Mohammed Jallow, che erano rimasti gravemente feriti. L’imputato aveva affermato di aver protestato contro il comportamento del commilitone, ma aveva anche ammesso di averlo aiutato, nelle ore successive, all’occultamento delle prove.
In particolare, aveva riconosciuto di aver contribuito ad alterare i connotati della Toyota bianca, modificandone l’aspetto attraverso l’applicazione di adesivi e la sostituzione di alcuni componenti, tra cui fari e parabrezza. Proprio per questa condotta la giuria lo ha riconosciuto colpevole di manomissione delle prove.
Il rifiuto del patteggiamento e un verdetto inatteso
Prima della conclusione del processo, riferiscono i media locali, all’imputato era stata prospettata la possibilità di un accordo che avrebbe comportato una condanna a 30 anni di carcere. Scicluna aveva però rifiutato la proposta, scegliendo di rimettersi al giudizio della giuria.
Una decisione che, alla luce del verdetto, gli ha consentito di evitare una condanna per omicidio e per i tentati omicidi, pur essendo stato riconosciuto colpevole di due reati minori.
La vicenda riporta sotto ai riflettori uno degli episodi più gravi della storia recente dell’arcipelago. L’uccisione di Lassana Cisse, il cui corpo era stato rimpatriato solo nel 2022, è infatti considerata il primo omicidio a sfondo razziale nella storia di Malta. Un delitto che aveva assunto un significato ancora più inquietante per il coinvolgimento di due uomini che, all’epoca dei fatti, appartenevano alle Forze armate del Paese.
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