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L’altro tesoro di Malta/1 – Tasse basse, ma col trucco

Un'inchiesta in quattro parti che il Corriere di Malta dedica ai pregiudizi "fiscali" sull'arcipelago maltese

di Giampiero Moncada
6 Giugno 2020
in Economia, Inchieste
Tempo di lettura:5 mins read
0

Malta è spesso vista dall’Italia come un «paradiso fiscale» dove eludere il fisco o evadere le tasse. Si tratta della realtà o di un pregiudizio? Per rispondere a questa domanda il Corriere di Malta ha fatto un’inchiesta in quattro puntate, che saranno pubblicate da oggi, tutti i sabati, fino alla fine di giugno. Buona lettura.

La copertina dell’Espresso di tre anni fa con il titolo “L’isola del tesoro” rimane la sintesi più efficace di come Malta viene vista dagli italiani: un posto dove si viene per evadere il fisco, fare riciclaggio e commettere reati di vario genere. A soffrire di questa pessima reputazione sono, purtroppo, gli stessi italiani che in quest’isola sono venuti, invece, per svolgere attività perfettamente legali e che non si sognano di evadere il fisco, tanto meno di riciclare denaro sporco.

Ma sono tutti infondati questi pregiudizi?

Naturalmente, questo articolo non vuole affatto negare che esistono anche qui problemi di corruzione e di illegalità, come è stato confermato dalla tragica vicenda della collega Daphne Caruana Galizia e dalle inchieste giudiziarie che proprio dal suo lavoro sono scaturite. Si vuole, piuttosto, far luce su quella parte, che sembra dimenticata, di imprenditori e professionisti assolutamente onesti i quali hanno scelto questo Paese per le loro attività. D’altra parte, gli italiani sanno bene come la malavita organizzata conviva e coinvolga anche la gente onesta: basti pensare alla copertina di un settimanale tedesco degli anni ’70 con una rivoltella poggiata su un piatto di spaghetti.

Ma se non sono le attività illecite, cos’altro può spingere a investire in un Paese così piccolo?

Il Corriere di Malta prova a rispondere proprio a questa domanda: quali vantaggi offre Malta a chi vuole fare un’impresa perfettamente legale?

Che gli italiani siano attratti da Malta salta all’occhio. Qualunque turista se ne accorge appena un’ora dopo essere sbarcato nell’isola: i ristoranti più frequentati sono per buona parte italiani e in molti alberghi lavorano tanti giovani italiani, anche manager. Dopo il turismo, i due settori che trainano l’economia locale sono la finanza e il gioco d’azzardo, soprattutto quello on line. Anche in questi settori gli italiani sono presenti, ma non così tanto quanto si pensa comunemente. È di proprietà italiana uno degli istituti di moneta elettronica più dinamici, la Em@ney plc, e sono italiani molti studi professionali specializzati in attività finanziarie e in gaming. Ma per quel che riguarda il gioco, secondo la Malta gaming authority, solo cinque delle 300 società titolari di licenza vedono italiani tra gli azionisti.

Chi conosce bene la realtà produttiva dei nostri connazionali a Malta ne dipinge quadro abbastanza sorprendente.

«La più grande azienda italiana per fatturato su Malta è la Cantieri navali Palumbo» dice Stanislao Filice, commercialista e consulente specializzato negli investimenti d’impresa esteri, «che qui fattura quasi 700 milioni di euro e ha un indotto di 800-1000 persone. Poi c’è la Carlo Gavazzi, una multinazionale del settore della meccanica, dell’impiantistica e della elettronica industriale. Proprio nell’elettronica, poi, abbiamo la ST Microelectronics, che produce qui una parte della componentistica per automotive e dà lavoro a 3mila dipendenti».

Nonostante il territorio minuscolo, quindi, a Malta non esistono solo aziende di servizi, come il turismo, e della cosiddetta economia immateriale, come la finanza o il gioco on line. Ci sono attività di produzione vera e propria con tanto di stabilimenti. Come quelli del settore farmaceutico (una settantina!) e le stamperie di valuta dalle quali escono le banconote di molti Paesi del Sud America e dell’Africa. E, per citare un business più effimero ma economicamente rilevante, anche molti dei pupazzetti di plastica della tedesca Playmobil vengono prodotti qui da 50 anni e ha perfino creato un parco a tema.

La presenza imprenditoriale straniera, quindi, non è un fatto recente. Ma negli ultimi anni, soprattutto da quando nel 2004 è entrata nell’Unione Europea, c’è stata sicuramente un’accelerazione. Ed è evidente che i governi che si sono alternati hanno fatto di tutto per attirare gli investimenti. Ma proprio per questo si sono sentiti rivolgere spesso l’accusa di operare una sorta di dumping fiscale: una sorta di concorrenza sleale con tasse troppo basse.

In effetti, la convenienza fiscale è messa in bell’evidenza nelle brochure e in tutta la comunicazione che le autorità producono per invogliare gli investimenti stranieri. Si può arrivare addirittura a una imposizione fiscale del 5%, attraverso un complicato meccanismo di rimborsi su una tassazione che parte da una media del 35%.

Possibile che si paghino tasse così basse?

La risposta è sì, ma c’è il trucco. E per capirlo Il Corriere di Malta ha interpellato Raffaele D’Arienzo, membro del Gruppo di lavoro Antiriciclaggio del Consiglio Nazionale Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili.

«Quando si sceglie dove aprire o trasferire la propria attività, la convenienza fiscale è solo uno degli aspetti che si prendono in considerazione; mentre si devono invece valutare un contesto socio economico favorevole alla specifica attività che si vuole avviare e le caratteristiche intrinseche di una località. Per fare degli esempi, una fabbrica di prodotti tecnologici la si può impiantare in un posto dove è facile trovare le competenze da impiegare nello stabilimento; mentre un’attività alberghiera può avere prospettive in una località frequentata da turisti o da uomini d’affari o che, comunque, ha delle bellezze naturali ancora da scoprire che possono essere valorizzate».

Accanto alle caratteristiche intrinseche, D’Arienzo cita le condizioni che sono, invece, frutto di scelte politiche. Ovvero, vantaggi dovuti a iniziative politiche, come la tassazione favorevole, gli incentivi economici o la creazione di infrastrutture utili a determinate attività (porti, aeroporti, strade…).

«Negli ultimi 20 anni, Malta ha scelto di puntare sulla leva fiscale ma è anche stata la prima a regolamentare il gioco on-line, cosicché ha invogliato gli operatori del settore a sceglierla come sede per le loro attività. Le due cose insieme hanno attratto diverse società; e nel tempo si è creato un contesto favorevole anche per le competenze che si possono reperire, ovvero fornitori di servizi e consulenti specializzati in quest’ambito. E questo rende la località ulteriormente attrattiva per società di gaming».

Ma allora, dov’è il trucco? Cosa nascondono delle aliquote fiscali così basse?

Semplicemente che i profitti realizzati a Malta da un cittadino italiano, e sui quali lui ha pagato delle tasse così basse, devono rimanere a Malta. D’Arienzo spiega che se li riporta in Italia, dovrà pagare al fisco italiano la differenza rispetto alle aliquote maltesi. Ma questa cosa, spesso, gli imprenditori italiani non la sanno. E non gliela dicono nemmeno i consulenti che li aiutano ad aprire le aziende a Malta. l’Unione europea ha stabilito dei parametri di uniformità fiscale per i quali l’aliquota media tra tutti i Paesi membri è del 35%. Un cittadino all’estero che paga almeno questa aliquota non dovrà niente al fisco del suo Paese. Ma se paga meno del 35%, al momento in cui riporterà il denaro nel proprio Paese dovrà pagare l’intera differenza con quanto avrebbe pagato lì. Nel caso dell’Italia, il 50%.

LEGGI TUTTE LE PUNTATE DELL’INCHIESTA – L’altro tesoro di Malta
Tags: L'altro tesoro di MaltaMalta Gaming Authority
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